mar
30
ago
2011
Ero diretto all’aeroporto. Ero in ritardo ma avevo ormai deciso per questa deviazione.
Dovevo necessariamente parlare con Roberto e non ci sarebbero più state altre occasioni per farlo. Mi fermai alla prima stazione di servizio. Feci il pieno, andai in bagno e mi cambiai, avevo acquistato una nuova maglia, un nuovo paio di pantaloni e un nuovo paio di scarpe. Stavo per ripartire quando mi arrivò un sms da Roberto. Lo lessi e digitai sulla tastiera dello smartphone la sequenza di tasti che mi aveva raccomandato. Avrei dovuto fare più in fretta. Ripartii. La radio era rimasta sintonizzata su una stazione locale e il segnale si era talmente deteriorato che il fruscio impediva di distinguere le parole dello speaker. Provai a cambiare stazione ma non riuscivo a trovarne una che trasmettesse fluidamente. Solo dopo qualche tentativo e con estrema difficoltà riuscii a decifrare qualche parola e mi accorsi che diverse stazioni parlavano di un presunto attentato all’aeroporto “Marco Polo”. Fermai l’automobile, aumentai il volume e contemporaneamente provai a chiamare Roberto. Nessun segnale. Ripartii immediatamente.
Giunto in aeroporto, rimasi interdetto di fronte alla scena che mi si svelava davanti agli occhi. Dal tetto dell’edificio si levava verso l’alto una colonna di fumo nero e sul piazzale antistante all’ingresso un strato di vetri rotti si stendeva uniformemente nascondendo il manto stradale.
Non potevo attendere oltre. Dovevo trovare Roberto; corsi incontro ad un ferito, lo aiutai a raggiungere l’ambulanza più vicina e nel frattempo mi sporcai la faccia col suo sangue. Il sangue sul volto mi avrebbe camuffato e reso più semplice l’accesso all’edificio. Un carabiniere provò a fermarmi ma riuscii a liberarmi e nascondermi tra la folla che trascinava con sé chiunque trovasse sul suo cammino.
Entrai finalmente all’interno. Qualunque cosa fosse accaduta, era stata devastante. I segni della distruzione erano indescrivibili e giacevano sul pavimento parecchi corpi lacerati ormai senza vita. Tra i superstiti alcuni urlavano e altri invece verificavano che ci fosse ancora qualcuno in vita. Era straziante osservare gli effetti di quel disastro, così mi concentrai sull’unica cosa che per me era di vitale importanza: trovare Roberto.
Provai a chiamarlo ma nessuno rispondeva al mio appello. Fui incuriosito da una donna che continuava a urlare. Mi avvicinai, le chiesi il nome, si chiamava Maria e provai a tranquillizzarla. Vidi che aveva un taglio sulla fronte, Le pulii la ferita e quando finii mi accorsi che non c’era alcun taglio. Il sangue non era suo. Guardai oltre la donna e disteso sul pavimento riconobbi la sagoma di Roberto. Mi fiondai su di lui, non aveva polso, provai a rianimarlo ma desistetti qualche istante dopo vedendo il cranio perforato. Mi sedetti. Piansi. Maria, smise di piangere.
Mi ridestai. Iniziai a frugare tra le tasche di Roberto. Lo rivoltai e controllai l’area circostante. “
Nel frattempo un signore vedendomi perquisire il corpo di Roberto aveva segnalato la mia presenza alle forse dell’ordine. Un tale Ispettore Carnevale mi intimò di sollevare le braccia ma non lo feci e iniziai a correre. Maria si offrì di aiutarmi e si frappose tra me e l’ispettore dandomi il tempo di fuggire verso l’imbarco dei taxi lagunari.
mar
23
ago
2011
mar
16
ago
2011
L’ispettore rimase per qualche breve istante immobile, poi iniziò a guardarsi intorno per capire cosa fosse successo, infine il pensiero della moglie lo ridestò, si alzò immediatamente e corse a cercarla.
Non si vedeva nulla e l’aria era irrespirabile.
Tornò indietro e aggirò quel fumo nero che stava velocemente permeando l’intero scalo. Vide il cartello che indicava la toilette e urlò il nome di sua moglie. Avanzò ancora di qualche metro e urlò di nuovo.
In mezzo a quel fumo nero, pochi secondi dopo si delineò una sagoma che procedeva a passi lenti verso di lui. Era sua moglie, lei lo vide, pianse e si lasciò sprofondare tra le braccia del marito.
Pianse anche lui e insieme si fecero strada verso l’uscita più vicina.
-------------------------------------------------------------------------------
La segreteria telefonica suonò il beep in quell'istante e rilasciò il messaggio:
Ciao, sono io! Marika sei in casa? Marika ci sei? Se ci sei, rispondi. Ho provato a chiamarti al cellulare ma niente da fare. Volevo dirti di non prendere la Renault, prendi la mia. Mi sono accorto stamattina che i freni funzionano a intermittenza, credo sia il caso di farli controllare. Magari più tardi ti mando qualcuno, resta a casa!
mar
09
ago
2011
Mi venne in mente il servizio di leva, quando una mattina durante un addestramento persi l'equilibrio e caddi da una impalcatura.
Fui trafitto da un palo da recinzione che mi attraversò da parte a parte.
Il Sergente che vide la scena prima mi fissò contrariato, poi ordinò a due soldati di segare il palo e di portarmi via.
Fui caricato su una barella e condotto nella infermeria della caserma.
Io e il palo rimanemmo nella sala d'aspetto per qualche minuto finché giunse il medico di turno che osservò per qualche istante la ferita, valutò la situazione, infine disse qualcosa all'infermiere ed intervenì sulla ferita mentre io svenni.
Da quell'incidente mi ripresi in pochissimo tempo e alcuni giorni più tardi ringraziai il dottore che mi aveva operato e mi complimentai perché la cicatrice era quasi invisibile. Mi disse che era stata una bella operazione e che si dispiaceva che non l'avessi vista con i miei occhi perché ero svenuto.
--------------------------------------------------------------------
Uscì in fretta dalla facoltà, raggiunsi la mia automobile e imboccai la scorrimento veloce.
Quella sarebbe stata l’ultima volta che avrei visto quell’edificio e quelle persone.
mar
02
ago
2011
Il ricordo di quei momenti resta impresso nella tua mente in maniera indelebile, non come l’ultima cosa che hai mangiato, l’ultimo libro che hai letto o l’ultima persona con cui hai parlato.
Parlo di cose che mentre accadono solcano con profonde incisioni la linea dei ricordi.
Quel solco tracciato non si cancella con un semplice colpo di spugna e anche a distanza di anni, lo vivi come se fosse successo il giorno prima.
E’ Il marchio di quel ricordo che ti fa propendere verso una piuttosto che un’altra direzione. E’ ciò che ti accade oggi che ti farà compiere una scelta diversa domani. Se oggi volontariamente smettessi di parlare, già un minuto dopo andrei incontro a una serie di reazioni provocate dalla mia decisione di non parlare più. Faccio questo esempio perché anche la scelta di non parlare più, a sua volta, potrebbe essere la risposta a un evento esterno da me non voluto ed è di questo che vorrei parlare.
Un bruciore improvviso si sprigionò dallo stomaco passando per l'esofago, per esplodere in gola. Non avevo mai provato niente di simile.
Un bruciore intenso, fitto, immobilizzante che mi faceva contrarre i muscoli senza darmi tregua.
Era, tuttavia, un bruciore strano. Normalmente non avrebbe dovuto fare così male.
Aprì gli occhi, rimasi accecato dal bagliore circostante, provai a strofinarmeli, lentamente riacquistai la vista.
Provai un senso di smarrimento perchè non capivo nemmeno dove mi trovassi.
Richiusi gli occhi e ritornò nuovamente il bruciore.
Chinai, allora, lo sguardo verso lo stomaco, lo trovai al suo posto e ciò mi tranquillizzò appena il tempo di farmi notare che c'era qualcosa che sporgeva da esso e che sentivo conficcato dentro.
Un palo da recinzione mi stava trapassando da parte a parte. Mi paralizzava implacabilmente dallo stomaco alla schiena e mi sorreggeva nel vuoto.
Urlai.
Tornò intenso il dolore.
"Pinter!!!" urlò il sergente.
"Che cazzo hai fatto?" Continuò.
"Che ti salta in testa di fare lo spiedino nel mio campo di addestramento?"
"Tiratelo giù da lì e portatelo in infermieria" ordinò senza scomporsi.
Era il 29 luglio di 6 anni fa.
mar
26
lug
2011
Venezia - Aeroporto Marco Polo
“Si informano i signori passeggeri che è aperto il check-in del volo QR 962 Qatar Airways diretto a Doha delle ore 16:47 ”
L’aeroporto era stracolmo di gente. Era il caos. Molti partivano per le ferie estive, molti erano bloccati in aeroporto per i ritardi dei voli precedenti e solo alcuni si trovavano lì per motivi di lavoro. Uno di questi era Roberto.
Roberto, sentito l’avviso, fece un sospiro di sollievo, spense l’ipad e lo ripose nella borsa. Era stato assunto come ingegnere per la costruzione di un lussuoso hotel di uno sceicco e avrebbe guadagnato una fortuna.
Scrisse un ultimo messaggio prima di imbarcarsi e spense il cellulare, non fece in tempo a riporlo in tasca quando fu investito da una esplosione violentissima che lo catapultò a qualche metro di distanza.
Un attentato, qualcuno urlò. Anche Maria urlò quando riprese i sensi e si accorse di essere immersa in una pozza di sangue. Aveva un grosso taglio sulla fronte ma niente di più, non riusciva a capacitarsi della presenza di tutto quel sangue e qualche istante dopo, voltandosi ne riconobbe la sorgente.
Roberto nell’esplosione aveva battuto violentemente la testa ed era morto dissanguato.
Ora Maria urlava di disperazione e il caos si impadronì nuovamente dell’aeroporto.
---------------------------------
Il mio ultimo tweet lasciato al mondo è stato: "Parto ora per non tornare mai più, voglio concedermi un ultimo saluto prima di andar via perchè so che d'ora in poi anche un semplice tweet sarà impossibile".
Tutto era già pronto da settimane. Avevo meticolosamente messo in pratica tutte le nozioni apprese su Google in mesi di ricerca e studio matto e disperatissimo. Avevo scoperto che ci sono molti modi per far perdere traccia di sè senza essere necessariamente un agente dei servizi segreti.
Avevo addirittura ottenuto, tramite amicizie in chat criptate, la possibilità di rendere invisibile non solo ogni mio spostamento ma anche ogni mio movimento bancario, ogni mio accesso alla rete. Il mio istinto, tuttavia, mi aveva comunque fatto propendere a diffidare da ogni coinvolgimento esterno. Sarei stato solo. Sarei scomparso senza lasciare traccia e senza far rumore. Sarei diventato un'ombra.
Mi chiamo Cristian Pinter.